Sicurezza negli ambienti confinati
La normativa italiana

Sicurezza 03 feb 2020

La definizione di “spazi confinati” in Italia non è così netta e dettagliata come avviene, invece, a livello internazionale, dove i “confined spaces” vengono distinti dall’OHSA – Occupational Health and Safety Authority – in cinque diverse categorie, a seconda dell’ambiente di lavoro: nell’edilizia – scavi, nel settore industriale – vasche di raccolta e silos, in agricoltura – pozzi interrati e depuratori, sulle navi – stive, nei porti – container e cisterne.

La normativa italiana, invece, accomuna i rischi correlati agli spazi confinati a quelli relativi agli ambienti sospetti di inquinamento, identificando in maniera pressoché analoga le misure preventive e protettive da adottare nell’uno e nell’altro caso.
Nell’art 66 D.Lgs 81/08 – Lavori in ambienti sospetti di inquinamento – si fa esplicito riferimento ai divieti ed alle misure preventive e protettive per i lavoratori distaccati presso questa tipologia di attività – pozzi neri, fogne, camini, fosse, gallerie, ecc. e nel successivo art. 121 si elencano nel dettaglio le misure di prevenzione e protezione da adottare in caso di sospetto di presenza di gas tossici.
Tuttavia, le norme tecniche di riferimento vengono dettagliate dal D.P.R. 177/2011 – “Regolamento recante norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinati”, che, pur non entrando nel merito specifico della definizione, illustra quali siano intanto i prerequisiti obbligatori posseduti dalle imprese e dai lavoratori autonomi che esercitino la loro attività in ambienti confinati o a sospetto di inquinamento.
Tali requisiti partono dall’inderogabile e vincolante applicazione integrale di tutte le disposizioni in materia di prevenzione e protezione indicate dal D.Lgs 81/08: sorveglianza sanitaria, valutazione dei rischi e gestione delle emergenze.
Le imprese che devono rispondere a questi obblighi, devono, inoltre, avere personale esperto in attività di questo genere in misura non inferiore al 30% della forza lavoro complessiva. Questo personale deve aver espletato
l’obbligo di informazione, formazione e addestramento sia sul rischio che nella scelta ed utilizzo dei DPI – Dispositivi di Protezione Individuale – adeguati.


I rischi per gli spazi confinati
Uno dei rischi principali degli spazi confinati è il rischio di tipo chimico, dovuto alla presenza di sostanze inquinanti nell’aria o alla carenza di ossigeno.
Fra i contaminanti più comuni troviamo gli ossidi di azoto, gli ossidi di zolfo, il monossido di carbonio, il benzene e la formaldeide.

Un altro rischio relativo agli spazi confinati è quello di caduta, sia accidentale, che dovuto a vertigini, anche eventualmente correlate alla carenza di ossigeno che provoca inizialmente stato di torpore e sonnolenza.

Anche le sorgenti acustiche possono rappresentare un fattore di rischio: in virtù delle attività svolte all’interno degli spazi confinati e dell’acustica particolare che si può sviluppare all’interno di questi, i lavoratori possono essere esposti a livelli di emissione pericolosi.

Sempre in relazione alla particolare conformazione degli spazi confinati, i lavoratori possono essere sottoposti anche ai disagi relativi a situazioni microclimatiche sfavorevoli, come, ad esempio, l’elevata umidità o il calore eccessivo.

Non in ultimo, fa parte dei rischi relativi agli spazi confinati anche quello di incendio, per la possibile presenza di sorgenti di innesco e di sostanze chimiche potenzialmente infiammabili, come i già citati benzene e formaldeide.

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